Fecero il loro ingresso nella sala principale del Field Museum, affittata per l’occasione. I flash dei fotografi esplosero. Centinaia di occhi si voltarono verso di loro. I sussurri si diffusero come un incendio. È lei? È l’ex cameriera? Julian Vance ha davvero portato la sua assistente come compagna?
Ma Emma non si rannicchiò. Sollevò il mento, camminando al fianco dell’uomo più potente di Chicago, sostenendo gli sguardi snob e i bisbigli velenosi con la stessa fierezza con cui aveva affrontato Victoria Langford mesi prima. Julian, dal canto suo, non la lasciò un istante. La guidava tra i potenti della città con una mano possessiva sulla bassa schiena, presentandola non come la sua impiegata, ma come la sua partner strategica.
La serata procedeva trionfalmente. Emma stava parlando con il Governatore dello Stato dell’Illinois dei progetti di sviluppo scolastico nei quartieri poveri, stupendolo con la sua conoscenza tecnica dei bilanci, quando sentì una presenza ostile alle sue spalle.
“Quanta strada ha fatto la piccola serva.”
Emma si irrigidì. Si voltò lentamente. Victoria Langford era lì, in piedi vicino a una delle colonne di marmo. Sembrava invecchiata di dieci anni in pochi mesi; il suo abito era ancora costoso, ma i suoi occhi erano iniettati di un odio folle e disperato.
“Signora Langford,” disse Emma, mantenendo la calma, pur sentendo il battito accelerare. “Pensavo non fosse più la benvenuta in questa città.”
“Mio marito mi ha lasciata. Le mie aziende sono fallite. I miei finti amici mi hanno abbandonata,” sibilò Victoria, ignorando i membri dell’alta società che iniziavano ad allontanarsi, percependo il pericolo. “Julian Vance mi ha distrutta. E tutto per colpa di una sgualdrina da quattro soldi che giocava a fare l’eroina.”
“Signora Langford, la invito ad andarsene prima che chiami la sicurezza,” le disse Emma con fermezza, rifiutandosi di arretrare.
Ma Victoria non era venuta lì per lanciare insulti. Con un movimento fluido e folle, estrasse una piccola pistola cromata dalla sua borsa da sera ingioiellata, puntandola direttamente al petto di Emma.
Il caos esplose. Le urla riempirono la sala. I bicchieri caddero infrangendosi a terra. Le persone si lanciarono a terra in un’ondata di panico cieco.
Emma rimase paralizzata, il tempo che rallentava in modo spaventoso. Vide il dito di Victoria stringersi sul grilletto, vide gli occhi folli della donna brillare di trionfo letale. Non c’era tempo per scappare. Non c’era tempo per urlare.
Poi, una forza titanica, un muro di muscoli e smoking nero, si abbatté contro di lei di lato.
“Emma!”
Julian l’aveva raggiunta dalla parte opposta della sala con una velocità disumana. La spinse violentemente a terra, coprendola con il proprio corpo proprio nel momento in cui il botto assordante dello sparo squarciò l’aria.
Emma urtò duramente contro il pavimento di marmo, l’aria che le sfuggiva dai polmoni. Subito dopo, il corpo di Julian ebbe un sussulto innaturale sopra di lei. Un grugnito sordo sfuggì alle sue labbra.
“No… no!” urlò Emma, cercando di divincolarsi.
La sicurezza di Julian si gettò su Victoria, disarmandola in pochi secondi e sbattendola a terra, mentre la donna urlava maledizioni isteriche.
Ma Emma non sentiva le urla, non sentiva il panico. Sentiva solo il respiro irregolare di Julian contro il suo collo, e il calore umido di un liquido scuro che iniziava a bagnarle l’abito di seta.
Con una forza disperata, si girò, sostenendo il peso di Julian. Il miliardario aveva gli occhi aperti, ma serrati dal dolore. La mano, guantata dal sangue scarlatto, premeva contro il fianco destro, dove la camicia bianca stava rapidamente diventando rossa.
“Julian! Oh mio dio, Julian, guardami!” gridò Emma, le mani che le tremavano mentre cercava di premere sulla ferita per fermare l’emorragia. “Chiamate un’ambulanza! Aiutatelo!”
L’uomo forte, inavvicinabile, spietato, ora era pallido come la luna sul pavimento del museo. Eppure, mentre la guardava, non c’era paura nei suoi occhi. Allungò la mano libera, macchiando il viso di Emma di sangue mentre le sfiorava la guancia pallida.
“Stai bene?” riuscì a sussurrare, la voce roca.
“Io? Tu sei stato colpito, idiota! Perché l’hai fatto? Perché ti sei messo in mezzo?!” Le lacrime le rigavano il viso senza controllo, mescolandosi al sangue.
L’ombra di un sorriso, debole ma genuino, increspò le labbra di Julian. “Te l’ho detto… Emma… io proteggo… ciò che è mio.”
Chiuse gli occhi, la mano che le accarezzava il viso cadde pesantemente a terra. Il caos continuava intorno a loro, ma per Emma il mondo si fermò, schiacciato sotto il peso del silenzio.
I tre giorni successivi furono un limbo agonizzante. Emma non si allontanò mai dalla sala d’attesa dell’ospedale – lo stesso ospedale in cui suo padre, ora in rapida guarigione, era ricoverato. Eleonor sedeva accanto a lei, silenziosa e forte, stringendo la mano della giovane donna per lunghe ore interminabili. Il proiettile aveva mancato di poco il fegato, ma Julian aveva perso molto sangue e l’intervento era stato complesso.
Quando finalmente il chirurgo uscì e annuì gravemente per comunicare che era fuori pericolo, Emma crollò, piangendo di sollievo tra le braccia di Eleonor.
Fu autorizzata a vederlo solo la mattina seguente. Quando entrò nella stanza sterile, l’odore di antisettico le riportò alla mente la notte del gala. Julian era sdraiato sul letto bianco, attaccato a monitor e flebo. Era pallido, ma il suo respiro era regolare. Non sembrava il titano invincibile degli affari, ma per la prima volta appariva semplicemente umano.
Emma si sedette sulla sedia accanto al letto, senza fare rumore. Rimase lì per ore, semplicemente guardandolo dormire, guardando il suo petto alzarsi e abbassarsi.
Nel tardo pomeriggio, gli occhi scuri di Julian si aprirono lentamente, mettendo a fuoco la luce della stanza, e poi si posarono su di lei. Emma trattenne il respiro.
“Hai un aspetto terribile, Carter,” sussurrò lui, la voce impastata dai farmaci.
Emma emise un suono a metà tra un singhiozzo e una risata. “Guarda da che pulpito, Vance. Sei letteralmente bucato.”
Lui abbozzò un sorriso stanco. “Immagino che la stampa finanziaria avrà pane per i suoi denti.”
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