“Victoria è in carcere,” lo informò Emma, la voce che si abbassava, mentre la serietà prendeva il sopravvento. “Il Senatore Langford ha disconosciuto ogni legame con lei. Non vedrà mai più la luce del sole.” Emma si sporse in avanti, i gomiti sulle ginocchia, le mani incrociate. “Julian… hai quasi perso la vita per me. E io non smetto di chiedermi perché. Perché sacrificare un impero per la vita di un’assistente?”
Julian la guardò a lungo, le ombre nella stanza che si allungavano con il tramonto. Il suo sguardo, solitamente guardingo e calcolatore, ora era privo di barriere.
“Tu pensi di essere solo la mia assistente?” mormorò lui, girando la testa sul cuscino per guardarla dritto negli occhi. “Il giorno in cui sei entrata in quel gala, mesi fa, per difendere Eleonor… hai sfidato una delle donne più potenti della città. Ma il giorno in cui hai accettato di entrare nel mio mondo, hai fatto qualcosa di molto più coraggioso.”
Lui allungò debolmente la mano sul lenzuolo. Emma non esitò; prese la sua mano grande, stringendola dolcemente tra le sue.
“Hai visto il mostro che gli altri credono io sia,” continuò Julian, la voce che vibrava di un’emozione contenuta. “Hai visto l’uomo d’affari spietato, hai visto le ombre del mio passato. Eppure non sei scappata. Mi hai tenuto testa in ogni riunione. Hai accudito mia nonna come se fosse sangue del tuo sangue. Hai costretto me, un uomo che aveva sigillato il proprio cuore in una cassaforte di cinismo, a provare qualcosa di nuovo.”
Emma sentì le lacrime minacciare di tornare, ma le trattenne. “Cosa?”
“Speranza,” sussurrò Julian. E con uno sforzo che gli causò una palese smorfia di dolore, le strinse le dita. “Emma, io non ho costruito tutto questo impero per regnare da solo. Volevo il potere per essere intoccabile, ma ho scoperto che l’invulnerabilità è una prigione solitaria. Tu… tu mi fai desiderare di abbattere quelle mura.”
Il cuore di Emma batteva così forte che temeva potesse essere registrato dai monitor cardiaci di Julian. In quegli ultimi mesi, si era innamorata non del miliardario, non del padrone della città, ma dell’uomo. L’uomo che pagava segretamente le cure per i bambini senza risorse, l’uomo che amava immensamente la sua anziana nonna, l’uomo che l’aveva guardata con orgoglio e che, infine, aveva preso una pallottola per lei.
Si alzò dalla sedia, avvicinandosi al volto di lui, accarezzandogli i capelli scuri sulla fronte madida. “Sei un pazzo, Julian Vance. Un arrogante, testardo pazzo.”
“Ma ti piaccio,” ribatté lui, l’antico guizzo di arroganza che tornava per un attimo nei suoi occhi.
“Peggio,” rispose Emma, chiudendo gli occhi. “Ti amo. E non ho intenzione di andarmene. Né ora, né mai.”
Emma si chinò, unendo dolcemente le labbra a quelle di Julian in un bacio cauto, delicato, attento a non fargli male, ma carico di una promessa eterna. Lui le rispose con una fame stanca ma profonda, la mano libera che si alzava per intrecciarsi nei capelli di lei, ancorandola a sé.
Quando si separarono, Julian sorrideva davvero. Un sorriso raro, luminoso, che trasformava completamente il suo viso severo.
La riabilitazione di Julian fu lunga, ma per la prima volta nella sua vita, non dovette affrontarla da solo. Al suo fianco c’era Emma Carter. Non più una cameriera invisibile, non più solo un’assistente di talento, ma la donna che divideva con lui l’impero, il potere, e, soprattutto, l’amore.
Da quel giorno, la Vance Tower vide una nuova leadership. Insieme, Julian ed Emma non furono solo la coppia più potente e intoccabile di Chicago, ma anche la più equa. Le loro fondamenta non erano più costruite solo sull’influenza e sulla paura, ma sul rispetto, sulla lealtà incrollabile e sul coraggio indomito di una ragazza che, un tempo, aveva rischiato tutto per fermare uno schiaffo. E che, facendolo, aveva salvato non solo la nonna di un miliardario, ma anche l’anima del re di Chicago.
Un anno dopo.
L’alba su Chicago era una colata di oro freddo che si rifletteva sulle facciate a specchio dei grattacieli. Dall’attico della Vance Tower, il mondo sembrava un mosaico silenzioso e ordinato. Emma Carter era in piedi davanti all’immensa vetrata, una tazza di caffè nero fumante tra le mani, lo sguardo perso verso la linea dell’orizzonte dove il Lago Michigan si fondeva con il cielo.
Indossava un tailleur pantalone di Armani dal taglio impeccabile, color grigio perla, che contrastava con i suoi capelli scuri, ora tagliati in un caschetto asimmetrico e sofisticato. Non c’era più traccia della ragazza spaventata con l’uniforme di poliestere. L’Emma che si rifletteva nel vetro era la co-presidente della Vance Foundation e la mente strategica dietro le acquisizioni immobiliari più audaci dell’ultimo trimestre.
“Stai pensando troppo a voce alta. Sento gli ingranaggi del tuo cervello girare fin da qui.”
Emma sorrise, senza voltarsi, sentendo due braccia forti cingerle la vita da dietro. Il petto ampio di Julian si appoggiò alla sua schiena, solido e caldo. Lui affondò il viso nell’incavo del suo collo, lasciandovi un bacio leggero che le fece chiudere gli occhi per un istante.
“Stavo solo ripassando mentalmente i dettagli per la riunione del consiglio di amministrazione di oggi,” rispose Emma, appoggiandosi a lui. “L’acquisizione della Sterling Corp non sarà una passeggiata. Alistair Sterling non è uno che cede facilmente, specialmente se sa che dall’altra parte del tavolo ci sono io e non tu.”
Julian ridacchiò, un suono basso e roco che le vibrò contro la spina dorsale. “Sterling è un dinosauro. Crede ancora che gli affari si facciano bevendo scotch e fumando sigari nei club per soli uomini. Sottovalutare te sarà il suo più grande e ultimo errore fatale.” Le prese la tazza di caffè dalle mani e la posò sul tavolino di vetro vicino a loro, per poi farla voltare verso di sé.
Julian era l’immagine stessa del potere rilassato. Indossava solo i pantaloni scuri del completo e una camicia bianca sbottonata, i capelli leggermente spettinati. La cicatrice sul fianco destro, ricordo della notte in cui aveva preso un proiettile per lei, era una linea bianca sbiadita sulla pelle abbronzata.
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