“Sei pronta a distruggerlo, Carter?” le chiese, con quel guizzo oscuro e predatorio negli occhi neri che Emma aveva imparato ad amare.

“Sono nata pronta, Vance,” rispose lei, accarezzandogli la linea forte della mascella.

La dinamica tra loro era cambiata, evolvendosi in qualcosa di formidabile. Julian non l’aveva mai nascosta nell’ombra; l’aveva spinta sotto i riflettori, dandole gli strumenti, ma lasciando che fosse lei a combattere le sue battaglie. Ed Emma si era rivelata un prodigio. Aveva l’istinto spietato dei bassifondi, la capacità di leggere le persone che aveva affinato in anni passati a servire ai tavoli, combinati con un’intelligenza finanziaria che Julian aveva solo dovuto sgrezzare.

Alle dieci in punto, la sala del consiglio della Vance Enterprises vibrava di tensione. I dodici membri del consiglio, uomini e donne dall’aria solenne, sedevano attorno all’immenso tavolo ovale di ebano. Alla cabina di regia c’era Julian, silenzioso e imperscrutabile. Ma non era lui a condurre la riunione.

Emma sedeva al lato opposto del tavolo, i documenti perfettamente allineati davanti a sé. Di fronte a lei c’era Alistair Sterling, un uomo sulla sessantina, dai capelli brizzolati e dal portamento arrogante tipico delle vecchie fortune di Wall Street. Era volato da New York appositamente per difendere la sua azienda, un colosso logistico ormai in declino che la Vance Enterprises voleva assorbire per espandere la propria rete commerciale.

“Signorina Carter,” esordì Sterling, il tono grondante di condiscendenza. Accentò la parola ‘signorina’ come se fosse un insulto. “Con tutto il rispetto per la sua… rapida ascesa all’interno di questa compagnia, credo che le cifre che sta proponendo siano non solo ridicole, ma offensive. La Sterling Corp ha un’eredità centenaria. Noi non svendiamo ai parvenu.”

Lanciò un’occhiata significativa verso Julian, aspettandosi che l’uomo intervenisse. Ma Julian rimase appoggiato allo schienale della poltrona di pelle, giocherellando con una penna d’argento, lo sguardo fisso su Emma con una punta di divertimento.

Emma non batté ciglio. Si sporse leggermente in avanti, intrecciando le dita sul tavolo.

“Signor Sterling,” iniziò Emma, la voce calma, vellutata e pericolosa come una lama nascosta nella seta. “La sua ‘eredità centenaria’ ha registrato perdite nette del quattordici percento negli ultimi tre trimestri consecutivi. I vostri debiti a breve termine superano la vostra liquidità di un rapporto di tre a uno. I vostri camion sono obsoleti e le vostre infrastrutture tecnologiche risalgono a un decennio fa. Lei non è qui per difendere un’eredità. È qui perché le banche le stanno chiudendo i rubinetti e la Vance Enterprises è l’unica scialuppa di salvataggio prima del fallimento.”

Un mormorio sommesso attraversò la sala. Sterling divenne color prugna, le vene del collo che iniziavano a pulsare. “Come osa… io non prenderò lezioni di finanza da una…”

“Da una donna che fino a due anni fa serviva tartine?” concluse Emma per lui, con un sorriso gelido. “È questo che voleva dire, Alistair? Crede che il mio passato nei bassifondi mi renda meno qualificata? Le dirò una cosa. Quando non sai se domani avrai i soldi per l’affitto, impari a far fruttare ogni singolo centesimo. Lei ha ereditato la sua azienda, non l’ha costruita. Io so esattamente come si sopravvive. E la Sterling Corp, in questo momento, non sta sopravvivendo.”

Fece scivolare un dossier elegante attraverso il tavolo, fermandolo esattamente davanti all’imprenditore newyorkese.

“Quella è la nostra offerta finale. Ventidue dollari per azione. Prenderemo il controllo del sessanta percento del consiglio, ripianeremo i debiti, e le permetteremo di mantenere il titolo di presidente onorario, puramente per facciata. Se rifiuta, aspetteremo due mesi. Le agenzie di rating declasseranno il vostro debito a spazzatura venerdì prossimo – ho fonti molto attendibili a riguardo – e le azioni crolleranno a otto dollari. A quel punto, faremo un’OPA ostile e le porteremo via l’azienda per una frazione del prezzo. E lei non sarà nemmeno presidente onorario. Sarà solo un uomo fallito.”

Il silenzio nella stanza era assoluto. Sterling fissò il dossier come se fosse un serpente velenoso. Guardò i suoi avvocati, che abbassarono lo sguardo, confermando silenziosamente che ogni parola di Emma era vera.

Infine, Sterling cercò disperatamente l’aiuto di Julian. “Julian, amico mio… non lascerai che il tuo cane da guardia mi tratti in questo modo, spero.”

La temperatura nella stanza precipitò sotto lo zero.

Julian smise di far ruotare la penna. Si alzò lentamente, la sua sola presenza fisica sufficiente a soffocare l’aria nei polmoni di tutti i presenti. Camminò intorno al tavolo fino ad arrivare alle spalle di Emma. Le pose entrambe le mani sulle spalle, in un gesto inequivocabile di possesso, protezione e potere assoluto.

“Alistair,” disse Julian, la voce bassa, rimbombante di una rabbia glaciale. “Ti stai rivolgendo alla mia futura moglie. E alla co-amministratrice delegata della Vance Enterprises. Se mai ti azzarderai a usare un tono del genere con lei un’altra volta, mi assicurerò che tu non possa più permetterti nemmeno i sigari che fumi. Firma quelle carte.”

Lo shock colpì la stanza come un’onda sismica. Futura moglie. Emma stessa sussultò, il fiato che le si mozzava in gola, sebbene riuscisse a mantenere la postura rigida. Julian non glielo aveva ancora chiesto ufficialmente. L’aveva appena sganciata come una bomba tattica in mezzo a una sala del consiglio per annientare il nemico.

Sterling, sconfitto, umiliato e terrorizzato dall’ombra nera di Julian Vance, prese la penna d’oro dal taschino interno della giacca e, con mano tremante, firmò i documenti di cessione.

“Riunione aggiornata,” dichiarò Julian, ignorando lo stupore dei membri del consiglio. Prese la mano di Emma, facendola alzare, e la guidò fuori dalla sala, lasciandosi alle spalle un silenzio attonito.

Non dissero una parola finché non raggiunsero l’ufficio privato di Julian, le cui porte insonorizzate si chiusero dietro di loro con uno scatto metallico.

Appena furono soli, Emma si liberò dalla presa della sua mano, voltandosi a guardarlo con gli occhi spalancati e le guance accese, in bilico tra la rabbia e l’euforia.

“Hai appena fatto una proposta di matrimonio durante un’acquisizione ostile?!” esclamò, la voce che saliva di un’ottava.